Amare, soffrire e gioire

 


23 febbraio 1971.

Figli miei diletti, eccomi qui accanto a voi in dolce colloquio col cielo. Sì, figli, la preghiera, quando è ben fatta, vi mette in diretta comunicazione non solo con Dio, ma anche con tutti gli abitatori del cielo, vale a dire con gli angeli e con i santi, porta i suoi benefici alle anime che attendono di purificarsi nel purgatorio e dona aiuto a tutti coloro che, come voi, sono pellegrini e viandanti sulla terra. Noi dunque preghiamo insieme, e con noi ad avvalorare la preghiera c'è il mio Figlio divino, che pregò durante tutta la sua vita mortale. Pregò solo e in compagnia, pregò durante il giorno e durante la notte, dando agli uomini un continuo esempio di unione con Dio. Io dunque ora, mentre v'invito a non desistere mai dal pregare e a trasformare le vostre opere in una offerta d'amore a Dio, come preghiera gradita, vi voglio fare un invito, anzi vorrei farvi un comando, per aiutarvi a trasformare voi stessi e a rendere le vostre case quali le vuole il Signore. Io sono la Casa d'oro. Voi mi chiamate così, ma forse non avete ben capito il significato di questa invocazione. Io sono la Casa d'oro perché dentro di me, ripiena di grazia, dimora il Signore come sovrano. Ben si addice alla dimora del Re una reggia di oro prezioso. Il mio corpo, fatto dimora del Re e adornato di tutte quelle virtù di cui mi ha arricchita, è divenuto il luogo delle delizie del mio Signore. Ma anche voi, figli miei, possedete un corpo che, reso santo dai sacramenti, è e deve essere la casa d'oro di Dio. Vi ha detto il mio Gesù: "Chi mi ama, ama il Padre mio, e il Padre lo amerà, e noi verremo a lui e faremo in lui la nostra dimora". Gesù dunque non mente e, purché voi lo vogliate, mi potete assomigliare. Vi sono alcune persone che superbamente vantano le glorie del proprio casato, o vantano ricchezze a non finire. Ma anche se possedessero tutti i titoli onorifici e possedessero tanto oro da riempire i propri forzieri, a nulla ciò varrebbe e nulla sarebbe in confronto di questo appellativo di Casa d'oro, dove abita Dio. Vi invito dunque ad amare il vostro Dio uno e trino, con sincerità, non solo a parole, ad amarlo fuggendo il peccato, perché Egli non vuole altro amore che quello che si attua nell'adempimento dei propri doveri e nell'osservanza della sua legge. Ma figli miei, vi voglio dire altro. L'appellativo di Casa d'oro, con cui voi mi chiamate, lo potete anche riferire a quel delicato modo con cui condussi la mia casetta di Nazareth, dove il mio Gesù, il mio fedele sposo Giuseppe ed io eravamo uniti da un legame d'oro fatto di ubbidienza, di sofferenza, d'amore e di fede. Ora, figli, vi vorrei far dono di un trinomio che vi servirà a rendere d'oro la vostra casa. Dovete saper amare, soffrire e gioire. Anzitutto amare. Non deve ognuno sacrificarsi per il proprio simile? E come si può dire di amare se ciascuno, rinnegandosi, non cerca di dare agli altri, cioè ai propri familiari, tutto se stesso, senza nulla chiedere per sé? Com'è bella la missione della mamma che, dopo aver dato vita alle sue creature, continuamente dimenticandosi dona a tutti il meglio di sé! Quante volte il bene che molti dicono di volere non è che un'egoistica ricerca di se stessi! Lo scorgere nel proprio simile, nel proprio consorte se stessi, darebbe quella generosità per cui ognuno si sentirebbe invogliato a fare agli altri ciò che vorrebbe fosse fatto a sé. Ma vorrei anche dirvi quanto sarebbe utile e doveroso amare tutti in Dio e per Dio. Oh, come facilmente scomparirebbero i disaccordi e come si sarebbe facili al perdono, se fosse dominante il pensiero che i vostri figli, prima che vostri, sono figli di Dio! Figli miei, una casa d'oro è rigurgitante d'amore. Questo dovete volere, ma che esso sia un amore vero. E passo al secondo punto: saper soffrire. Figli, la vita umana è piena di sofferenze. È la conseguenza del peccato. È la natura umana che, destinata a nascere, crescere, invecchiare e morire, va per una scala crescente e decrescente con tutte le conseguenze che ne derivano. Se voi, figli miei, foste capaci di non fare di tutto ciò che vi capita, delle tragedie, come sarebbe più semplice il vivere! A volte le sofferenze comuni le appesantite con i vostri pensieri, con le vostre preoccupazioni e col vostro ingigantire le cose e gli avvenimenti. Figli, sappiate prendere volta per volta, giorno per giorno la croce per amore di Dio. Se la prendete con amore, come dono del cielo, vi assicuro che non ne sentirete più il peso e sarete anzi lieti di soffrire. Nessuno arriva al cielo senza salire il Calvario. Sappiate comportarvi come me. Piangete, se volete, ma cercate sempre di essere d'aiuto agli altri e non fate pesare sugli altri quelle tribolazioni che con un po' di pazienza, di fiducia e di fede, potete sopportare e santificare. Vi voglio dire ancora: siate gioiosi, sappiate gioire. Vi è stato detto che un santo triste è un tristo santo ed è vero. Portate sempre nell'ambiente familiare quella gioia che vi renda anche simpatici, per poter a tempo e luogo dire una buona parola, che sia non solo accetta ma gradita. La gioia è una qualità inconfondibile che deve distinguere i cristiani da chi non crede e i buoni dai cattivi. Siate dunque gioiosi. Non tenete bronci a nessuno, ma perdonando a tutti, fate che la serenità ritorni presto dopo ogni discussione, dopo ogni litigio. Anche se vi sentite dalla parte della ragione, siate sempre voi i primi a chiedere scusa e ad umiliarvi. Sarà un atto di umiltà che vi attirerà fiducia e stima. Gioite, vi dico, e prendete serenamente parte alla gioia degli altri. Non lasciate senza sorriso e senza gioia coloro che sono in un letto malati, i poveri e i bambini. Il carnevale vostro sia basato su questo dono di gioia, poiché chi fa felici gli altri gode lui stesso. Figli, vi benedico tutti. Sappiate amare, soffrire e gioire, se volete che le vostre case siano veramente case d'oro.

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